Gli USA non sanno più dove mettere il petrolio

I prezzi del petrolio (analizzato tramite il future sul Crude Oil) si stanno riportando su livelli molto bassi, dopo il tentativo rimbalzo (fallito) delle precedenti settimante. Se prima faceva paura il limite di 48 dollari al barile, ora diventa cruciale la tenuta dell’area 44,5-45 dollari, il cui cedimento offrirebbe il fianco a nuovi scivoloni, per lo meno nel breve. Il sentimento di fondo rimane decisamente negativo e ribassista.

Prezzo del petrolio di nuovo picchiataIn questo scenario, il perdurare del ribasso del petrolio ha fatto il miracolo di risvegliare l'economica europea, ma ora sta innescando scenari piuttosto allarmanti.

La recente stabilità del mercato è solo temporanea, secondo l’agenzia dell’Ocse: 
«Il riequilibrio indotto dal crollo dei prezzi deve ancora realizzarsi e sarebbe troppo ottimista aspettarsi che il processo avvenga senza scossoni».

I dati pubblicati recentemente da Backer Hughes, la più grande societa' di servizi per il settore petrolifero, hanno mostrato un’ulteriore frenata delle attività estrattive, per la quattordicesima settimana consecutiva. Il North Dakota, patria di gran parte dello shale oil americano, aveva comunicato un calo del 3,3% della produzione in gennaio. In Canada le trivelle si sono ridotte addirittura del 27% in una settimana e sono ormai quasi dimezzate rispetto a un anno fa: appena 220, tra petrolio e gas.

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Colpa degli USA

Ma questo non ha interrotto la caduta dei prezzi. E nel complesso tuttavia l’output negli Stati Uniti continua ad aumentare.

L'eccesso di produzione di petrolio negli Stati Uniti, responsabile numero uno dell’eccesso di offerta che grava sul mercato, continua a crescere e ora non si sa più dove mettere tutto questo petrolio in eccesso: gli impianti di stoccaggio sono infatti arrivati praticamente al limite. L'allarme è stato lanciato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie). Questo condurrebbe inevitabilmente a un ulteriore cedimento dei prezzi.

L’Aie è stata duramente criticata in passato per i frequenti (e talvolta macroscopici) errori previsionali. Anche stavolta ha dovuto correggere il tiro: un paio di mesi fa evidenziava «crescenti segnali di un’inversione di tendenza», mentre oggi riconosce che «l’offerta Usa ha finora mostrato pochissimi segnali di rallentamento, anzi continua a sfidare le aspettative».

Il risultato è che la produzione petrolifera non Opec è aumentata solo in febbraio di 270mila barili al giorno (quasi tutti «made in Usa»).

La domanda di petrolio sta pero' migliorando, persino in Europa: «La domanda di prodotti raffinati ha mostrato segni di vita - afferma l’Aie - Addirittura la domanda europea è emersa dal suo lungo declino per mostrare una robusta crescita del 3,2% in dicembre, seguita da un +0,9% in gennaio».

Il sospetto è pero' che a trainare la domanda siano soprattutto gli acquisti opportunistici delle raffinerie, che vedono finalmente margini migliori, o degli speculatori che accumulano scorte prima di una repentina inversione di tendenza. Entrambi i fattori rischiano di venire meno.

Ma chi ci rimette?

Molti paesi hanno entrate fiscali indissolubilmente legate al prezzo del greggio e ad i corsi attuali i conti saltano. Anzi, ai prezzi attuali molti paesi produttori sarebbero addirittura fuori mercato.

Il 90% del gettito fiscale in Iraq è legato al petrolio, cosi come per il Bahrain. Algeria, Arabia Saudita, Oman, Kuwait, e più in generale tutti i paesi del golfo sono vicini all’80%. Quatar, Russia, Venezuela e Kazachistan sono vicini al 50%.

Solo due paesi, il Kuwait e la Norvegia stanno in questo momento producendo con un utile. Il primo molto risicato, il secondo più significativo. La Norvegia ha un punto di pareggio poco sopra i 35 dollari, mentre il Kuwait è poco sopra i 50.

La Russia sotto 100 è già fuori mercato, ed infatti l'economia russa è al tracollo e il rublo a -30% sul dollaro rispetto a un anno fa.

Il paese in condizioni più drammatiche è la Libia, grazie a questa analisi si comprendono anche i guasti geopolitici in corso nel paese. Il punto di pareggio per la Libia è a 180 dollari.

Fuori in maniera significativa sono anche Iran e Algeria con break even a 125. Per Nigeria, Arabia Saudita, e Venezuela occorre una quotazione del greggio sopra 100 dollari.

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